La nostra storia

Il Rugby nasce a Pescara nella seconda metà degli anni 60 per merito di alcuni appassionati che presso il Bar “Pic Nic” di Pescara fondarono la prima società . Successivamente i fratelli Claudio e Goffredo Giraldi provenienti da Roma ex giocatori appunto della Rugby Roma ed appassionati di questo sport  trasferiti a Pescara per motivi di lavoro continuarono l’attività intrapresa gettando il seme per una società sportiva vera e propria .

In breve tempo , il nuovo sodalizio arricchitosi di giocatori che avevano militato in serie “A” e di nuove leve provenienti dal locale vivaio riuscì ad essere promossa con la squadra Seniores in Serie “B” , purtroppo la cosa non durò a lungo in quanto per cause di forza maggiore la squadra venne sciolta ed andò a fondersi con il Chieti Rugby per la prosecuzione dell’attività nella serie cadetta .

Successivamente la prosecuzione dell’attività rugbistica a Pescara fu assicurata da giocatori ed appassionati che con alterne vicende e soprattutto autogestendosi continuarono l’attività fino alla stagione sportiva 1983/1984 .

Dopo circa 11 anni 1994/1995 un gruppo di ex giocatori rincontratisi per caso decise che si doveva costituire una società “OLD” per passare insieme qualche ora per i gusto di ritrovarsi e praticare il Rugby in forma amatoriale .

Ma lo spirito sportivo non era sparito , e quasi immediatamente si decise che era necessario e possibile intraprendere una attività per i giovanissimi facendo avvicinare e facendo conoscere questo sport gli studenti Pescaresi .

Fu subito un successo , e come se non si fosse mai smesso si ripartì tutti insieme organizzando per diverse stagioni solo ed esclusivamente attività rivolte ai giovani e giovanissimi , con successi insperati e di grande soddisfazione , in quanto diversi ragazzi nati sportivamente a Pescara hanno militato successivamente in Serie A , Top Ten e nelle Squadre Nazionali in diverse categorie alcuni nomi (Plinio Sciamanna, Daniele Pompa, Andrea Diodoro, Rossano Fagnani e Alberto Santavenere.

Le nostre realizzazioni
Per diversi anni , si è cercato di promuovere e divulgare la nostra passione verso questa disciplina rivolgendoci a ragazzi in età compresa tra i 10 e i 14 anni, disputando Campionati Regionali , partecipando a Tornei Nazionali ed Internazionali che ci hanno fatto conoscere e apprezzare da molti tanto che sin da allora alcuni dei nostri giocatori sono diventati di interesse Nazionale.
Si sono realizzati Tornei Interscolastici coinvolgendo le Scuole Medie Inferiori e Superiori di Pescara e provincia ;
Si sono organizzati per ben  5 anni durante l’estate  Tornei di Beach Rugby che hanno ospitato tantissimi partecipanti ed una quantità incredibile di consensi e apprezzamenti verso la nostra città e verso il Torneo stesso ; Tanto che , più volte siamo stati invitati ed incoraggiati a fare di Pescara una delle tappe ufficiali del Torneo Nazionale di Beach Rugby. Queste richieste ci hanno lusingato ma è sempre più evidente che per poter svolgere appieno queste attività , è necessario avere la disponibilità sia di risorse economiche , sia di aiuto materiale , oltre ai luoghi dove poter intrattenere gli ospiti per il famoso “ Terzo Tempo “ oltre alla accoglienza per i tantissimi partecipanti .
Abbiamo ricevuto più volte dalla F.I.R. (Federazione Italiana Rugby)  proposte per ospitare a Pescara incontri Internazionali che avrebbero visto la partecipazione di squadre accreditate e note , data la presenza dell’aeroporto con voli diretti da e verso l’Inghilterra, patria del rugby; nonché con la Francia, la Scozia, il Galles, la Spagna , ma ad oggi  non è stato possibile . Le nostre formazioni di minirugby e giovanili partecipano ogni anno ad importanti Tornei nazionali, tra questi (Trofeo Topolino a Treviso, Trofeo delle Sei Regioni a Cesena, Rugby D-Day a Colleferro ecc. ecc. , ora dopo la concessione di alcuni locali da parte del Comune di Pescara si sta lavorando per la realizzazione della Club House che ci permetterà di svolgere tutte le attività di accoglienza , di socializzazione per i nostri atleti , per le squadre ospiti e per le famiglie. Inoltre da questa stagione sportiva è stata formata una “FRANCHIGIA” cioè tre squadre (Teramo, Tortoreto e Pescara) si sono unite realizzando tre formazioni due di Under 16 ed una di Under 18 per competere ad un livello più alto e quindi far crescere tecnicamente e far fare esperienza ai nostri atleti. Il gemellaggio con società straniere tra cui due squadre Inglesi ed una Belga, che abbiamo ospitato più volte.

Il Futuro
Tra i diversi sogni nel cassetto uno si è avverato , ossia il campo sportivo in erba  sintetica che il Comune di Pescara ha realizzato e consegnato anche al Rugby nel mese di settembre 2011 per le attività dei nostri ragazzi . Sempre tra i programmi societari c’è l’intenzione di realizzare una palestra all’interno dell’impianto sportivo “Rocco Febbo” (ex Gesuiti)di Pescara ; Ed inoltre la possibilità di realizzare una vera “Scuola del Rugby” , in quanto siamo in grado di poter dare alla collettività con il nostro qualificato STAFF tecnico , e con la dirigenza molto attenta e presente , la possibilità ai più giovani , partendo dalle categorie Under 6 , Under 8 , Under 10 , Under 12 e Under 14 per il minirugby e successivamente per le Under 16 e Under 18 (Giovanili) , la possibilità di godere di uno spazio attrezzato che garantisca ai ragazzi di Pescara di praticare questo meraviglioso sport che a detta di tutti è anche maestro di vita .

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…….segue

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…gli amanti del Rugby

Dal «Che» a Giovanni Paolo,

che guevara

i grandi che amavano il rugby

Blair, Brown e anche Clinton e Bush erano rugbisti. E Richard Burton sognò tutta la vita la maglia del Galles

Ernesto «Che» Guevara, a sinistra, con la maglia del San Isidro di Baires

MILANO – Per il giovane studente argentino di medicina Ernesto Guevara era stata un folgorazione giovanile e sconvolgente. Malgrado l’asma, giocò a rugby dai 14 ai 23 anni e fondò con il fratello Roberto la rivista «Tackle», il placcaggio, l’anima del gioco, in cui mise la stessa dedizione che dedicò poi alla lotta rivoluzionaria. La rivista durò poco, perché «si occupava troppo di politica», secondo la polizia. Ernesto arrivò fino alla serie A argentina, giocando con il San Isidro di Buenos Aires e facendo impazzire il padre, preoccupato per la sua salute. Alla fine rinunciò e prese altre strade, ma il rugby rimase per il medico della Revolución uno dei piaceri dello spirito, tanto che tentò di fare proseliti anche tra i barbudos, tra le montagne di Cuba. Dalle pampas alle fredde pianure polacche, da un rivoluzionario all’altro: anche Karol Wojtyla, più o meno negli stessi anni, si misurò con le ruvidezze del rugby. Tra una pièce teatrale e una discesa con gli sci, anche il futuro Giovanni Paolo II apprezzava il gioco inventato nelle università inglesi e presto diffuso ai quattro angoli del pianeta.

SPORT DI LOTTA E DI CLASSE – Il rugby, sin dalle origini, si rivelò un gioco adatto all’«upper class», così come il football conservava nel Dna un’anima proletaria. Non per niente i natali leggendari del gioco della palla ovale si fanno risalire a una delle più esclusive «public school» britanniche, quella di Rugby, appunto. E alla follia creativa del 17enne William Webb Ellis. Era il 1823 e il giovanotto, stufo di prendere a calci una palla durante una partita di calcio, «in spregio alle regole vigenti», la prese tra le mani e cominciò a correre verso il fondo campo, con compagni e avversari che gli si fecero subito intorno prima interdetti, poi entusiasti. Le scuole dei ricchi e i governi fecero la fortuna del nuovo sport: per la capacità di sviluppare qualità morali, doti fisiche e spirito guerriero era considerata la pratica più adatta alle giovani leve che un giorno non lontano avrebbero preso le redini dell’Impero.


Da Guevara a Bush, i grandi che amavano il rugby Da Guevara a Bush, i grandi che amavano il rugby Da Guevara a Bush, i grandi che amavano il rugby Da Guevara a Bush, i grandi che amavano il rugby Da Guevara a Bush, i grandi che amavano il rugby

QUANTI POLITICI – Ecco perché tanti politici hanno vestito le scarpe bullonate e le eleganti maglie dei club più esclusivi. Certo, tanti scozzesi: non solo il laburista Tony Blair, discreto centro negli anni universitari a Edimburgo. Il compagno di partito Gordon Brown, da ragazzino, sognava di giocare in nazionale con la Scozia. Rinunciò alla palla ovale perché sgambettato dalla sorte avversa: a 16 anni perse la vista a un occhio per un infortunio di gioco, la sua carriera sportiva si fermò e iniziò quella politica, sulle orme di Blair. Passando sulla sponda tory, il marito della signora Thatcher, Denis, fu arbitro di diverse partite tra nazionali. Ma anche tra i presidenti americani si contano appassionati e giocatori: Bill Clinton, per esempio, mentre Woodrow Wilson, da rettore universitario, cercò in tutti i modi di conservare la tradizione del rugby, osteggiando la moda del football americano (nato, paradossalmente, per attutire i rischi di infortunio per i ragazzi). Persino tra i Kennedy si contano buoni giocatori: Jfk non toccò mai il campo, anche per la schiena malandata, ma Teddy fu un abile trequarti centro. Obama no, preferiva il basket. Ma il predecessore, George W. Bush, a Yale giocava estremo. Di Bill Clinton si racconta che fu un’impacciata seconda linea ai tempi di Oxford, dove conobbe e giocò con una delle stelle più luminose della storia degli All Blacks, il mediano di mischia Chris Laidlaw. Erano buoni amici, come racconta in un celebre saggio l’editorialista kiwi Spiro Davos, tanto che, appena toccò terra per una visita ufficiale in Nuova Zelanda, Clinton chiese al primo ministro Jim Bolger: «Come sta il mio vecchio amico Laidlaw?». Bolger, che a sua volta era stato un terza linea del XV dei tutti neri, rimase di sasso: Laidlaw era un parlamentare laburista, Bolger il leader del partito nazionalista.

LA PASSIONE DEI DITTATORI – Tra i grandi sostenitori del rugby, a dire la verità, non si contano solo ferventi democratici. Benito Mussolini considerava il gioco una delle poche cose di cui essere grati alla Perfida Albione e si diede da fare per introdurlo in Italia, anche se fece di tutto per de-anglizzarlo: il gioco fu ribattezzato «palla ovale» e fu deciso che le origini risalivano all’Impero romano, dove in effetti si giocava un antenato del rugby, l’harpastum. Poi però l’innamoramento del Duce svanì: considerò il rugby una minaccia per il regime e ne ostacolò la diffusione.
Anche Albert Speer, l’architetto di Hitler, fu affascinato dal gioco. Tra l’altro, tra le due guerre mondiali, la Germania era una potenza nascente anche nel rugby, tanto che spesso gli capitò di battere la Francia, già ammessa al Cinque Nazioni e al tavolo super riservato delle «Home Union» (Inghilterra, Irlanda, Scozia e Galles, in pratica le federazioni fondatrici). Il leader dei nazisti inglesi, Oswald Mosley, padre del Max della Formula 1, lo considerava «uno sport veramente fascista», mentre il romeno Ceausescu ne era attratto, a pari del dittatore ugandese Idi Amin, che alla passione univa la pratica: fu in campo nella sfida che vide l’East Africa XV sconfitta onorevolmente 39-12 dai Lions (la selezione dei migliori talenti delle isole britanniche).

ATTORI E CANTANTI – Sono numerosi anche celebri attori che coltivarono speranze nel rugby. Richard Burton cambiò spesso idea su Liz Taylor, da cui sposò e divorziò più volte, ma mai sul rugby: ebbe per tutta la vita l’ambizione di vestire la maglia del Galles. Era un buon flanker, e raccontò i suoi sogni in A Welcome in the Valleys. Robin Williams rimase folgorato dall’incontro con Jonah Lomu: «l’ho conosciuto – raccontò – è così maledettamente brutale, non pensavo fosse così grosso. Mi sono sentito come un contadino in un film di Godzilla». Boris Karloff, uno dei Frankenstein più amati, era segretario e animatore di una squadra di rugby in California, mentre, in Francia, Gérard Depardieu, è tra gli attori più appassionati e Jacques Tati fu una brillante terza linea nel Racing Club Parigi, uno dei club più antichi e titolati della Ville Lumière. E anche nel mondo del rock, i rugbisti non mancano. Per esempio, Roger Waters, fondatore e a lungo leader dei Pink Floyd: ha giocato a lungo nel Cambridge, nella sua città natale, ed era noto per la sua irruenza (eccessiva, secondo alcuni, anche in un campo da rugby).

LE PENNE DEL RUGBY – Innumerevoli gli scrittori affascinati allo spirito del rugby: J.R.R. Tolkien fu signore dei placcaggi oltre che degli anelli, Lewis Carroll e Salman Rushdie giocarono al college. Lo scrittore indiano, a 14 anni, fu spedito nella «madrepatria» a studiare proprio alla Rugby School. Per lui, alla faticosa ricerca di integrazione in una società ancora molto chiusa e tradizionalista, era quasi un obbligo cimentarsi con la palla ovale, ma se ne innamorò. Arthur Conan Doyle compose invece uno dei gialli più intricati di Sherlock Holmes («Lo strano caso del trequarti scomparso») basandosi sulla storia (vera) di uno dei giocatori più rappresentativi della storia inglese, Ronald William Poulton-Palmer, stella di Oxford, della nazionale della Rosa e dei Barbarians: erede di un vero e proprio impero dei biscotti fu il capitano inglese nel match contro l’Irlanda del 1914, l’ultima sfida tra nazionali prima del lungo stop dovuto alla Grande Guerra. Fu anche l’ultimo incontro del trequarti inglese: insieme a 133 dei migliori rugbisti del Paese perse la vita negli assalti disperati che insanguinarono l’Europa. Il rugby fu lo sport che pagò il dazio di sangue più alto alla guerra. E anche per questo, negli anni successivi, il calcio divenne il gioco più seguito Oltremanica.

Paolo Ligammari – Corriere della Sera  @mondo_ovale

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Altra storia…

La linea del vantaggio e quelle lacrime sconcertanti

“Il nostro sistema funziona se riusciamo a tenere gli avversari sulla linea del vantaggio, ma se invece avanzano non abbiamo la velocità necessaria per contrastarli”. Parole di Nick Mallett dopo la partita con l’Irlanda. La sua ultima partita con gli azzurri. La linea del vantaggio è immaginaria: non è tracciata sul campo, eppure è ben visibile. E’ la linea parallela alla linea di meta, che passa per il punto di partenza della palla in ogni fase di gioco. Quella linea definisce il rapporto tra le due squadre, un rapporto che cambia in continuazione con il farsi e il disfarsi del gioco. Al termine di ogni fase si fa il bilancio: se la squadra che sta utilizzando la palla è riuscita a fissare il gioco più avanti rispetto al punto da cui è partita l’azione, ha superato la linea del vantaggio. Qui c’è l’essenza del rugby: avanzare, spostare il vantaggio sugli avversari metro dopo metro, centimetro dopo centimetro. Un paziente lavoro di conquista territoriale, che svuota a poco a poco l’acquario dove nuotano i rivali.

New Zealand WCUP Rugby World Cup Ireland ItralyTutte le squadre della prima fascia del ranking mondiale puntano a sgretolare il muro difensivo per mezzo delle incursioni devastanti dei portatori di palla, i ball carrier. Con un’accelerazione improvvisa nella profondità, con la rasoiata di un angolo di corsa inaspettato, questi “arieti” aprono varchi in cui filtrano – di riciclo in riciclo – i propri compagni. Oppure creano le condizioni della superiorità al largo, sfruttando gli spazi lasciati liberi dagli avversari risucchiati nel gorgo di un raggruppamento. Quello del ball carrier non è un ruolo, è un’attitudine. Occorrono eccezionale prestanza fisica ed estrema mobilità, adesione granitica a una scelta di gioco collettiva preordinata e al tempo stesso creatività, per cogliere individualmente l’attimo e mettere in pratica il primo fattore di efficacia, l’imprevedibilità. Si pretende, cioè, la conciliazione degli opposti. Ma chi centra questa impresa impossibile accede all’Olimpo del rugby.

Il ball carrier non butta via niente, punta l’avversario/gli avversari (scegliendo sempre il lato più debole del “muro”: ecco un altro dei suoi pregi, la rapidità fulminea con cui legge il gioco e compie la sua scelta), ma non si accontenta di fare esplodere la bomba, mica è un bombarolo velleitario. Il ball carrier cade al di là del placcaggio, supera il punto d’incontro, arranca con tutte le sue forze per strappare ancora una zolla agli avversari sotto assedio. Getta non solo il cuore oltre l’ostacolo: pure la testa, le mani, il tronco, le gambe, i piedi. Tutto se stesso. Avanti. Sempre avanti. Magari di pochissimo, ma avanti. Finché si può. E conservando il possesso della palla.

La squadra ideale è quella formata da 15 ball carrier. All Blacks, Sud Africa e Australia sono squadre ad altissima densità di “arieti”. Se non hai questa inclinazione pionieristica ad avanzare, ad attaccare la linea del vantaggio, a esplorare l’organizzazione difensiva – inclinazione che attiene alla tecnica non meno che al carattere (nel senso che va allenata già a partire dalla stagione del minirugby) – oggi sei gravemente depotenziato. Se non hai questo mix di (grande) fisico e (grande) fantasia, oggi sei pesantemente menomato. La distinzione tra fisicità (attribuita alla tradizione dell’Emisfero Sud) e creatività (europea, massimamente francese) oggi non ha più riscontro. I due poli si sono contaminati a vicenda. Ebbene, quanti sono i ball currier azzurri? Vediamo: Castro, sempre; Masi, spesso; Canale e Parisse, talvolta; Garcia, di rado. L’elenco finisce qui. La debolezza dell’Italia, quando si tratta di utilizzare la palla, sta innanzitutto in questo difetto strutturale.

Ma difesa e attacco non sono due mondi separati, come nel football americano. Pierre Villepreux ha insegnato che la difesa non è che attacco al possesso della palla. Altri, nel solco del maestro francese, contestano perfino le nozioni di “attaccante” e “difensore”, proponendo di sostituirle con la coppia dialettica utilizzatore/oppositore. Sta di fatto che chi ha seguito in tv le telecronache del duo Raimondi-Munari se l’è sentito ripetere fino alla disperazione (loro, dei telecronisti, e nostra, di telespettatori): la rete difensiva azzurra subisce l’iniziativa degli avversari, li aspetta anziché correre loro incontro, al massimo scivola di lato… Mentre gli avversari, i cinici utilizzatori, salgono come un’onda anomala e dilagano indisturbati nel nostro territorio; salgono trascinati dai loro ball carrier, che guadagnano tutto il campo concesso da un’opposizione restia ad avanzare.

Spiace dirlo (si può anche passare per anti-italiani…), ma le lacrime a fine partita sono sconcertanti. Nel rugby non ci sono balle, vince il più forte: per questo è uno sport bellissimo. Per questo il risultato è sempre dignitoso, ed è pacificamente rispettato da tutti, vincitori e vinti. Il più debole, lo sconfitto, ha solo una cosa da fare: imparare la lezione. Senza recriminare per l’occasione perduta. Senza prendersela con il cinismo degli avversari. Forse è presto per tirare le somme del lavoro di Nick Mallett; la sua è stata, comunque la si pensi, una stagione emotivamente intensa. Impossibile immaginare l’Italia di Jacques Brunel. Di sicuro nel club delle grandi squadre, nella prima fascia del ranking mondiale, diciamo nelle prime dieci, si entra a ciglio asciutto, tanto fiato e una massiccia dose di opportunismo.

Roberto Iasoni 

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era il 2012…

Gli inglesi del Colne and Nelson rufc – Lancashire saranno a Pescara il 12 Maggio per un’amichevole con nostra serie C al campo ExGesuiti.
Seguiranno 3° tempo e festeggiamenti.Il Colne è un club fondato nel 27 ed è composto da amatori e giovani.
Non mancate il 12 maggio respireremo la tradizione del grande rugby Inglese a Pescara.

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era il 2015 e ci è venuta a trovare la nazionale…

Come preannunciato ieri pomeriggio gli appassionati di Rugby di Pescara, ex, attuali e futuri giocatori, tutti insieme hanno incorniciato in un bagno di folla i quattro alfieri della Nazionale Italiana di Rugby, Morisi, Sarto, Allan e Benvenuti, giunti al campo ex Gesuiti per incontrare i tifosi.

Quattro giovanissimi giocatori che hanno incontrato i loro tifosi anche con un po di disagio dovuto alla non abitudine a certe manifestazioni. Visi puliti, emozionati più dei ragazzi che li ammiravano, i quattro atleti sono giunti al campo accompagnati dal responsabile tecnico regionale Antonio Colella, e subito si sono prestati per le foto con i ragazzi e le ragazze del Pescara Rugby e, anche, con le mamme del Pescara Rugby che anche in questa occasione non hanno perso l’attimo per far degustare a palati importanti le loro prelibatezze.

Il poco tempo a disposizione, causa anche il ritardo di circa un’ora causato da un incidente stradale, degli appassionati e dei nazionali ha affrettato un po la festa che si era preparata, ma il concentrato emotivo era talmente alto che saranno sembrati giorni.

Tutti sono tornati a casa con un ricordo, chi una foto, chi l’autografo, chi un abbraccio…..Anche i nazionali sono tornati a casa con un omaggio offerto dal Presidente Angelo Cavarocchi, una copia ciascuno del libro che narra proprio la storia della nostra società e, speriamo, con un piacevole ricordo della manifestazione d’affetto a loro riservata.

Un ringraziamento alla F.I.R. che ha permesso che questo incontro si potesse realizzare, alla società che lo ha organizzato al meglio. Un ringraziamento anche alla stampa, presente con diverse testate.

 

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